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Proprio prima di dover partire scrissi
 
 



6 aprile 2011
imbarcarsi

Non avere più coscienza d’essere, come una pietra, come una pianta:

non ricordarsi più neanche del proprio nome…:vivere per vivere,

senza sapere di vivere.

Luigi Pirandello

 

Le vite degli altri sui fogli

Nelle matite acquerellate capaci di trasformare un carboncino

In un’accozzaglia di pesci rossi su sfondo azzurro.

Nelle sale da the di pochi gesti e poche parole

Ti concentri sull’ombra che più ti piace, e la scrivi

Senza che intervenga il filtro distanziatore della scrittura.

Senza che quell’ombra tinga l’umore che ti sei modellata

Quando hai ancora le mani imbrattate di creta.

La scrivi per tenere allenati l’indice destro e il medio sinistro.

Per il vocabolo imbarcarsi,

Per la tua nuova idea dell’amore

Di quelli che ci fai tanti chilometri con un pieno

E che imbavaglia gli strati di crollo di un pensiero,

Perché solo quelli ti sono rimasti

E gli impedisce di diventare faccia, mani, il ricordo di una fontana annoiata

Che serva a trattenerlo quando scatta il verde e le macchine cominciano a suonarti dietro.

Guardare le rovine come fossero un dono, quindi.

Perché soltanto nella distruzione può avere origine l’evoluzione.




permalink | inviato da Variazioni il 6/4/2011 alle 19:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
11 gennaio 2010
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E' la quinta volta che sfidiamo una tempesta di sabbia e restiamo fottuti in mezzo al deserto; inibiti dentro una 4x4 che avendo l'asse inclinato  riesce a malapena a tenere la destra.

Ci si abitua facilmente a questo paesaggio di case diroccate, di case senza tetto, di case senza case che spuntano come funghi lungo il ciglio di quella che per il paese in cui ci troviamo, la Palestina, dovrebbe corrispondere ad un'autostrada; un'autostrada atipica, che ricorda solo quelle del Cairo e di Bombay, in cui capita spesso di trovare macchine che, contromano, si divertono a schivarsi o, in alternativa e in caso di scarsa visibilità come oggi, a giocare all'autoscontro; ci si abitua presto ai fari verdi dei minareti, segnalati ogni duecento metri dai cori di chi ha potuto permettersi l'altoparlante più grosso da coprire i fantasmi delle nenie vicine.

Ci si abitua meno a queste lapidi sparse nelle campagne abbandonate, riconoscibili solo da un mucchietto di pietre ammassate, che se non lo sai pensi subito a disfarle, come fanno i bambini che con una pedata trascinano in mare i castelli di sabbia.

(quanto mi riescono bene i castelli di sabbia, quanto mi riesce bene far vivere d'amore e d'accordo i due ometti che ci abitano dentro)

Dicevo dei mucchietti di pietre.

Ci si abitua così presto a questi paesaggi che a me bastano appena due settimane per pensare a quanto sarebbe inopportuno, stupido, a quanto sarebbe banale se in questa terra che dicono delle contraddizioni esistesse qualcosa in più di ciò che serve a mangiare, a dormire, a pisciare e a campare.

A Betlemme, ad esempio, non ci sono piazze monumentali.

Il motivo è semplice. Sono inutili. Oppure ci sono state, sono state bombardate e mai più ricostruite, perché inutili, credo, o perché negli ultimi anni ci si sta impegnando di più alla costruzione del muro che la separa dalla città di Gerusalemme; un muro spesso, che le gira tutto intorno, di un colore grigio topo ravvivato da alcuni murales colorati visibili soltanto da parte Palestinese.

All'alba di questa mattina, la bambina con lo sguardo imbrattato di kajal, provvista di foulard, di un pigiama arancione con orsetto e della consueta scatola di biscotti del 1988 con dentro sassolini colorati, è scesa in strada a lavorare; che se fosse andata bene e non me li avesse regalati tutti perché quel giorno avevo gli occhi belli, ci avrebbe fatto tre euro.

Invece mi ha bussato in pancia e, non avendo avuto alcun tipo di risposta, è andata a fumare in disparte accanto a un cammello.

Avrei voluto portarla via. Sarei dovuta restare lì.

Dovevo. Potevo. Volevo.

Il diario di viaggio è caduto dentro un laghetto di piscio.

Se ci fosse caduta la reflex che ho rubato adesso mi sentirei peggio, sebbene non ricorderò mai cosa ha avuto il coraggio di partorire la mia testa per i prossimi dodici fogli, e voi non saprete mai chi è il colpevole del soffocamento di una blatta gigante che sostava a riflettere stamattina sotto il materasso bucherellato dal quale sto scrivendo.

Ah, una terribile notizia per gli ottimisti che amano curare da sempre il proprio orticello: le ragazzine dalle labbra rosse e dal piede leggero che a sedici anni impugnano un kalashnikov senza avere avuto mai le mestruazioni, la fame che si legge negli zigomi sporgenti dei bambini e i confini cementati color grigio topo non restano elementi circoscritti di una società lontana incapace di turbare i vostri quartieri, un vicinato cordiale e il giornalaio di fiducia in cui passare le mattinate in compagnia dei grattaevinci perché la storia ci insegna, nella maggior parte dei casi, che non esistono confini in grado di sterilizzare un paese dalle infezioni interne di un altro. Auguri.





permalink | inviato da Variazioni il 11/1/2010 alle 0:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
26 ottobre 2009
Buoni propositi in Terra Santa

Ho rubato una reflex e non ho intenzione di restituirla.

Prometto che farò penitenza poi, sul Monte Carmelo.




permalink | inviato da Variazioni il 26/10/2009 alle 8:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
20 ottobre 2009
Un giorno questo dolore ti sarà utile.

Martedì ore 22,00: La scena si ripete puntualmente a ritmi semestrali raggiungendo i picchi più alti in Ottobre, che non a caso è anche il periodo delle castagne e quello in cui cadono più capelli. Tipica fuga dalle persone, dalla cruda versione dei loro volti, dall'inutile aurea di perbenismo, e una partenza in Terra Santa, dove per molti tutto ha un inizio, ma dove è importante che per me abbia una fine. I punti di vista mi destabilizzano, ho un senso dell'orientamento che mi farebbe smarrire anche dentro un cesso 2x3, quindi scelgo il minimalismo di una posizione fetale sul parquet di casa, che fossero state mattonelle avrei messo sopra un telo. E ricostruisco il nulla. E il tutto. Perché proprio mentre cercavo di perderti mi sono persa tutto il resto.

Penso ad un assetto autobiografico per i miei libri e per quelle tarme che vivono da anni dentro gli stessi libri. Quelli di quando mio nonno, prima di restare folgorato in un'altra via lontana da Damasco, voleva prendere i voti e farsi prete, quelli che non avendo più la copertina partono dal sommario, quelli che ho scarabocchiato da bambina per far capire a chi di dovere che non sarei mai diventata una persona per bene, una fabbricasoldi, una che aspira ad una vita serena e che gradirebbe i libri ancora in perfetto stato così da poterli esporre nella libreria di famiglia, accanto alla Treccani e ai giradischi coi discorsi del Fuhrer.

Passo il tempo incorniciando una citazione di Peter Cameron tratta da “Un giorno questo dolore ti sarà utile” (lo speriamo in molti),che appenderò un giorno accanto al citofono, quando ormai signorina settantenne del quartiere riuscirò a dialogare solo coi gattacci di strada.

[...]Non sono uno psicopatico (anche se non credo che gli psicopatici si definiscano tali), è solo che non mi diverto a stare con gli altri. Le persone, almeno per quello che ho visto fino adesso, non si dicono granché di interessante. parlano delle loro vite, e le loro vite non sono interessanti. Quindi mi secco. Secondo me bisognerebbe parlare solo se si ha da dire qualcosa di interessante o di necessario. Non mi ero mai reso conto di quanto questo stato d'animo mi avesse complicato la vita[...]








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8 ottobre 2009
Hofstadter

“Per ogni grammofono esiste un disco che quel grammofono non può suonare perché ne causerebbe indirettamente la distruzione.”

Douglas R. Hofstadter




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1 luglio 2009
Scent of a woman.
Sulle note di Gardel non sono mai stata così fatalista e disinteressata come oggi.



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30 maggio 2009
Maggio tutto.

I chiodi di garofano sbagliati

Jerevan in autunno

I collassi di metà mattina

Il tempo che passa e che ogni notte frena.

Gli americani a cui non spetta il ridotto

Il rond de jambe

Lo scavo a Milena

El Pueblo senza additivi

Le scapole allo specchio

Il ricordo dell'allattamento

Federico II in biglietteria

La corrispondenza non dovuta.

I libri di Rosa Matteucci

Un avambraccio col triangolo e l'occhio inscritto.

Le torri che crollano con la disarmonia della ragione che viene.







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8 maggio 2009
Casi di revisionismo storico alla Giudecca

In una calda mattina di Maggio due vecchietti passeggiano dentro il ronco sul quale si affacciano i miei balconi; ad un tratto uno di loro scorge alla finestra il poster del Che che un noto personaggio del mio quartiere, ormai ergastolano, ha deciso di sfruttare tentando di coprire un vetro mancante.

Il vecchietto, perplesso, domanda: “Cu è chiddu na fotu?”, l'altro con tanto di dito puntato sul naso risponde: “Comu cu è? Che Guevara! Altrimenti detto Mussolini”.




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6 marzo 2009
Pillole di saggezza on the bed.
"Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l'amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare."
Tiziano Terzani




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1 marzo 2009
sulla disadattatezza
Dopo sei mesi di buio nella mia cucina, proprio sopra la cappa, è tornato a battere il sole, consapevole che non serve in alcun modo a svincolarmi da un dubbio. Quello di apparire agli occhi di chi mi circonda una disadattata sociale. Lo stesso che alcuni preferiscono definire intolleranza, altri, per buona creanza, veemenza nel modo di affrontare certe tematiche sociali. Mia madre mi definisce una iena. Io l'ho sempre chiamata inappetenza nei confronti di quel genere umano che fuggo ma che amo scrivere e osservare da lontano, nelle stazioni e dentro le chiese, in tutti quei luoghi in cui si manifesta per quello che è, realmente.
Allora mentre sogno di coltivare rapporti umani in cui nessuna delle due parti sente l'inevitabile bisogno di dover parlare per comunicare, decido che è ora di uscire di casa. E sbaglio.
La piazza in cui nel 480 a. C. sorgeva il tempio di Atena ha una forma irregolare, allungata, ed è diversa dalle altre piazze che sono rotonde, rettangolari o quadrate, ma è simile a molte altre alle dodici di ogni sabato mattina, quando diventa oggetto di studio da parte della sottoscritta che cercava solo un angolo dietro cui nascondersi; esponenti politici di dubbia vocazione con La Sicilia sotto l'ascella come fosse una baguette per i francesi (sebbene tra i due oggetti esista un'insanabile differenza nella digestione), e consorti a seguito equipaggiate di pellicce a forma di poncho, curioso ossimoro, e armi contendenti in bella mostra sul petto, come un libro di Oriana Fallaci, che visto il volume non puoi fare altro che chiederti se è così grosso perché ci sono tante parole, e in questo caso temerlo, o perché i caratteri con cui è scritto sono ben più grossi di quelli usati negli altri libri, e quindi comprenderlo.                                    
Non si tratta più di linguaggio, non è forma, ma è la sostanza comune, che temo. Imparare ad adeguarsi e ad essere indulgenti.
E se non fossi più io quella che adesso si deve adeguare?

Ps. Ho ricominciato a studiare la geografia, stavolta seriamente, e con l'atlante in mano.





permalink | inviato da Variazioni il 1/3/2009 alle 19:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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